La politica che verrà

Posted by MES

immag_art_langerTutti gli uomini sarebbero dunque necessariamente uguali, se fossero senza bisogni. Sono le miserie connaturate alla nostra specie che obbligano un uomo ad obbedire ad un’altro.
La vera disgrazia non è l’ineguaglianza, ma la dipendenza. (Voltaire)


L’AVEVAMO DETTO…

Un filo ideale nonchè un velo di malinconia legano questo contributo ad un evento lontano nel tempo ma fin da allora indovinato in quanto a  profezie ed a soluzioni proposte.
Mi riferisco ai Colloqui di Dobbiaco del 1994 dal titolo “ Benessere ecologico e non illusioni di crescita”, durante i quali venne analizzata la situazione economico/ambientale del pianeta e venne delineato un progetto per il futuro, com’era costume di quegli incontri, che si dimostrerà assolutamente lungimirante.

Nel suo intervento di allora Alexander Langer tra le altre cose inserì due intuizioni che ad oggi non hanno trovato realizzazione e che appaiono irrinunciabili per un avanzamento della prospettiva di sviluppo umano:

“ La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”
“E’ tempo di pensare ad una Costituente ecologica”

La prima affermazione asseriva che non avremmo dovuto aspettarci una vera correzione di rotta né da singoli provvedimenti né da Ministeri dell’ambiente coraggiosi né da normative più severe – seppure attese e necessarie – bensì da una decisa rifondazione culturale incentrata su cosa un cittadino ed una comunità considerino desiderabile.

Langer elencò nel suo intervento quali strumenti avrebbero dovuto indirizzarci verso la scelta spontanea di uno stile di vita più leggero: bilancio e sistema fiscale ecologico, economie regionali, redistribuzione del lavoro, garanzie sociali ed altre soluzioni, innovative a quei tempi e che ora piano piano stiamo riscoprendo e (troppo) lentamente attuando.

Il tutto all’interno di una cornice culturale e politica di consapevolezza, fondamentale per ancorare la desiderabilità sociale ad un quadro di modi di vivere, di produrre, di consumare compatibili con l’ambiente.

A questo scopo Langer propose un luogo di elaborazione e di interiorizzazione dei concetti prima e delle scelte poi, qualcosa come una “Costituente ecologica” dove scrivere le nuove regole dopo averle condivise.

Il fatto che questa idea non sia stata finora realizzata e che i numerosi forum mondiali non abbiano svolto quel ruolo di sintesi propositiva, partendo dagli elementi culturali per sfociare nelle proposte legislative, non significa che l’ipotesi langeriana fosse utopia.

Constatiamo di fatto che, come afferma Remo Bodei: “Sta drasticamente diminuendo la capacità di pensare un futuro collettivo, di immaginarlo al di fuori delle proprie aspettative private” e che “la contrazione delle attese e delle speranze spinge le persone a concentrarsi sul presente. Ciò comporta però la desertificazione del futuro e rischia di creare una mentalità opportunistica e predatoria”.

Allora forse va allargata l’ipotesi di Langer fino a comprendere una Costituente sociale, una Costituente economica, una Costituente culturale in definitiva una Costituente etica.

SIAMO ORFANI DELLA POLITICA

In particolare nel nostro paese, ma non solo, la politica ha da tempo rinunciato al suo ruolo di cerniera tra società civile e istituzioni in favore di altri più remunerativi ambiti e molti dei protagonisti della vita comunitaria – lavoratori, imprenditori, associazioni – hanno perso i loro punti di riferimento.

Lodevoli tentativi di riallacciare legami antichi o di intraprenderne di nuovi vengono regolarmente frustrati, a meno che non contemplino rapporti di carattere clientelare slegati dalla cura per le necessità collettive e per i beni comuni.

Un sintomo evidente e pericoloso è il sistematico tentativo di delegittimazione del sistema fiscale da parte dei rappresentanti dell’economia neo-liberista, a favore della redditività personale e imprenditoriale ed a scapito dei servizi al cittadino ed alla difesa dei beni comuni.

Due processi sono in atto:

- la de-socializzazione dell’individuo, che lo isola dal suo contesto privandolo dei legami sociali, fonte di altruismo e gratuità, e riducendolo a puro homo-oeconomicus

- la de-politicizzazione della società con l’abdicazione del diritto di scelta a favore dei tecnici, dei politici di professione e delle persone “informate dei fatti”

Il tutto favorito da un lento svuotamento delle istituzioni, frutto di conflitti creati ad arte tra i poteri e utilizzati per il ritorno a sistemi di governo feudali basati sul rapporto diretto e personale con il “capo” e su un’organizzazione sociale basata su corporazioni e clientele.

La decadenza della democrazia rappresentativa risulta ancor più evidente se si analizza il modello di bipartitismo perfetto vigente negli Stati Uniti e che si tenta di importare da noi: l’esistenza di due sole forze politiche fa si che queste convergano al centro per recuperare i voti moderati, che sposino lo stesso modello di sviluppo, che sostengano le stesse lobbies, che utilizzino gli stessi parametri e quindi facciano le stesse scelte economiche (se si eccettuano differenze marginali anche se talvolta culturalmente significative).

In sostanza si finge che esista un’alternativa, si fanno scegliere i cittadini tra due opzioni quasi simili, in definitiva si procede in assenza di concorrenza vera, cosi sentenzierebbe un’analista liberista.

E’ UN’ACCIDENTE ESSERE NATI IN OCCIDENTE

A questo punto evidentemente possiamo passare da un partito all’altro senza interferire sulla realtà, poiché noi restiamo sempre gli stessi e non facciamo nulla per cambiare, ma allora è gioco facile smentire coloro che per timore “scelgono il male minore” e “votano turandosi il naso”: il male è pur sempre un male…

Citando Stefano Rodotà: “Un mondo di mediocri compromessi, di negoziazioni continue, fa smarrire il senso della missione civile, della cittadinanza attiva”.

Se aggiungiamo l’incapacità storica degli italiani di fare squadra per raggiungere obiettivi comuni si spiega perchè non abbiamo una classe dirigente all’altezza di quella di altri paesi, con uomini e donne comunque accomunati dal desiderio di fare gli interessi della collettività, di buone tradizioni democratiche, dotati di senso etico (ed estetico).

Potremmo consolarci se fossimo una nazione e una democrazia giovane, per la quale queste cadute possono derivare da crisi di crescita e da inesperienza, ma noi siamo una nazione e una democrazia anziana, senza slanci e senza ricambio politico, attorniati da compagni di viaggio europei all’incirca nelle stesse condizioni in quanto a crisi nella rappresentanza, ma con un atteggiamento tradizionalmente più responsabile nei confronti dei propri cittadini.

Ci avevano illuso con la speranza di un mondo nuovo che lo sviluppo economico avrebbe dovuto garantire, ora apriamo gli occhi e il mondo nuovo è oggettivamente quello che vediamo: cementificazione inarrestabile, infrastrutture faraoniche ed oppressive, spreco di risorse e territorio, agricoltura e zootecnia sostenuti solamente dalla chimica, applicazione puntuale della bruttezza che non lascia vie di fuga.

Senza contare la sempre maggiore disapplicazione dei diritti umani e civili,del diritto all’informazione, delle regole di convivenza e di accoglienza che sarebbero garantite dalla Costituzione oltre che dal dettato della religione cattolica (a questo punto in Italia la Chiesa fa ancora opinione?).

Siamo tutti più poveri e meno felici, se non che una nazione giovane e ben intenzionata ha buone chances di sviluppare strumenti nuovi e di imboccare la strada di una democrazia compiuta, invece per il nostro paese l’alternativa politica non è in vista se non daremo vita ad una profonda revisione – meglio sarebbe dire rivoluzione – culturale.

UNA GRANDE BATTAGLIA CULTURALE

Se concordiamo sull’esigenza di una profonda revisione del sistema rappresentativo/politico/parlamentare per ridare ossigeno ad una democrazia occidentale asfittica, da dove cominciare?

Il cambiamento inizia dalla mente e si diffonde con gli strumenti dell’istruzione e dell’informazione democratica allargata, laddove la sfida della condivisione si scontra con il rischio o di una accettazione passiva o di un rigetto, ma a questo punto il gioco vale la candela poiché questa E’ LA DEMOCRAZIA.

L’inadeguatezza delle teorie economiche è comprovata, la collocazione del potere si è modificata, se aggiungiamo la limitatezza dei meccanismi della partecipazione che dovrebbero arricchire una democrazia effettiva, ci ritroviamo in un vicolo cieco del vivere civile, che può essere superato solamente grazie all’elaborazione di nuovi sistemi di pensiero che ci portino a ridisegnare la nostra visione del mondo.

Va prima perseguita la conoscenza poi affrontata l’assunzione di responsabilità che ci conduca al fare e al saper fare tramite processi generati dal basso e diffusi, e in questo quadro le recenti esperienze della reti sociali e dell’utilizzo degli strumenti telematici sta facendo scuola.

Le esperienze dei Gas, dei Des, dell’economia del territorio, della democrazia nella finanza ridanno gusto ad alcuni passaggi del quotidiano che ci erano stati scippati dal mercato e dalle istituzioni, ci stiamo riappropriando delle transazioni e del loro contenuto relazionale e constatiamo come il cambiamento appaia desiderabile agli attori di questi processi.

ED ORA DOBBIAMO RIAPPROPRIARCI DELLA DEMOCRAZIA

A chi affidare il compito di elaborare e sintetizzare nuove teorie se non alle Costituenti ipotizzate da Langer?
Trascuriamo per ora obiezioni riguardanti l’aspetto utopico del ribaltamento di un sistema politico consolidato, aggressivamente aggrappato al potere ma tutto sommato abbastanza efficiente, e iniziamo a valutare quali possano essere gli sviluppi dell’idea langeriana.

Chi scegliere per comporre le assemblee tematiche che garantiscano uno svolgimento  costruttivo dei lavori?
Quali e quante Costituenti sono necessarie per costruire la nuova visione del mondo e della società?
E’ lecito pensare di lasciare fuori dal gioco i politici di professione?

Non sono questioni da poco se si vuole evitare di riproporre organismi ridondanti e inconcludenti; va sicuramente evitata la presenza del politico tuttologo autointeressato e vanno favoriti i cittadini di buona volontà (non è una semplificazione), maestri di saperi e allenati da una lunga frequentazione nelle reti sociali che fanno delle relazioni una palestra di vita.

L’allestimento della scena può essere lasciato alle istituzioni ma gli attori devono cambiare e devono essere gli stessi che quotidianamente agiscono sul palcoscenico della realtà.

Questo vale per tutte le assemblee ma soprattutto per la Costituente madre: la Costituente etica, poiché prima vanno coordinati principi e comportamenti, che faccia da scheletro ideale a tutto l’impianto e che possa portare all’abbandono del riduzionismo economicistico imperante – tutto dipende dall’economia – e riconsegnare ai cittadini i beni comuni, la partecipazione, il saper vivere in comunità.

Restituendo inoltre ad Adam Smith quello che è di Adam Smith, perchè se va per la maggiore quella parte della sua teoria che afferma che il perseguimento dell’interesse personale porta all’interesse generale favorendo il benessere di tutti, viene regolarmente eluso un secondo concetto che sostiene come oltre al tornaconto individuale l’aspetto relazionale aumenti il valore di una transazione economica e ne amplifichi la dimensione sociale migliorandone il risultato complessivo.

Claudio Ferrari

One Response to “La politica che verrà”

  1. la vita sociale grazie alla velocita di collegamento delle persone che si sta raggiungendo verrà gestita da ogni singolo elemento equamente, non sono necessari politici di nessun genere ma non per questo questi verranno eliminati, si riconvertiranno, ottenendo finalemnte dei desideri.
    l’informazione è la soluzione infatti tutti fanno quello che vogliono ma nessuno vuole quello che vuole.

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