Acqua bene comune

Posted by MES

acqua_val_dultimoAlcuni passi di un interesante intervento del giornalista di Repubblica Paolo Rumiz, tenuto alla facoltà di Scienze politiche Università La Sapienza di Roma, il 12 marzo 2009 prima dell’approvazione del decreto sulla privatizzazione.

“All’acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari. Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici.

La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista.

Il popolo era rimasto tagliato fuori da tutto. Gli interessi attorno all’operazione erano così trasversali che i giornali avevano taciuto, i  partiti e i sindacati pure. Mi sembrava inverosimile che una simile enormità potesse passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la pioggia di lettere attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato l’assunto. L’Italia non ne sapeva niente

Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli italiani.  Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei Balcani.
Come allora, ho avuto la certezza che cadesse un sipario di bugie, e si  svelasse la verità nuda di una rapina ai danni del Paese e dei suoi abitanti, l’ultimo assalto a un territorio già sfiancato dalle mafie, dalle
tangenti e dalla dilapidazione del bene comune.

I giornali pompano mille emergenze minori per non farci vedere quelle realmente importanti.

Noi non dobbiamo sapere che esiste un’altra e più grave emergenza: la distruzione del territorio.
Siamo in guerra. Una guerra contro i territori. In Italia è iniziata la guerra per l’accaparramento delle ultime risorse.
Sta già avvenendo: cementificazione dei parchi naturali… requisizionedelle sorgenti… privatizzazione dell’acqua pubblica… discariche e inceneritori negli spazi più incontaminati del Paese. Ritorno al nucleare. Grandi opere imposte con la militarizzazione dei territori e la distruzione di interi habitat. Fiumi già in agonia, disseminati di ulteriori centrali idroelettriche. Impianti eolici che stanno cambiando i connotati all’Appennino.

Tutto conduce su questa strada: la ricorrente invocazione di poteri forti ai danni del parlamento. Il fallimento del pubblico e l’invadenza del privato. La sottrazione delle risorse ai comuni. Lo smantellamento della democraziadiretta. La corsa a un federalismo irresponsabile che assomiglia tanto a una licenza di sperpero. La deregulation legislativa. La crisi della scuola e delle università. La visione speculativa e finanziaria dell’economia.

Il “Paese profondo” si è talmente  indebolito che oggi l’atteggiamento predatorio che abbiamo rivolto prima
verso la Libia o l’Etiopia e poi verso l’Est Europa, può essere rivolto verso l’Italia medesima senza il rischio di una rivoluzione.
Anche noi diventiamo discarica, miniera, piantagione. E anche da noi i territori deboli sono lasciati completamente soli di fronte ai poteri forti
Come le tribù centro-africane. Guardate cosa succede con l’eolico. Gli emissari di una multinazionale dell’energia si presentano a un comune di cinquecento-mille abitanti. Offrono centomila euro l’anno per due o tre pale eoliche alte come grattacieli di trenta piani. Il sindaco al verde non ha alternative. Accetta. Per lui quelle pale sono il solo modo per pagare l’illuminazione pubblica e gli impiegati la Regione e lo Stato non intervengono. In nome dell’emergenza energetica passano sopra a tutto, anche a un bene primario come il paesaggio.

Oggi la rete eolica italiana non è il risultato di un piano ma del caso.  Con l’acqua la situazione è ancora più limpida. Vi racconto cose che ho visto personalmente.

Alta Val di Taro. C’è una fabbrica di acque minerali che succhia dalle falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli abitanti del paese – noto fino a ieri per le sue fonti terapeutiche e oggi semi abbandonato – restano senz’acqua nelle condutture pubbliche.

C’è una protesta ma il sindaco tranquillizza tutti in consiglio comunale.  “Non abbiate paura – dice – quando mancherà la nostra acqua, la fabbrica pomperà la Suanei nostri tubi”. L’acqua del paese è data già per persa,  requisita dai padroni delle minerali. L’idea che si tratti di un bene pubblico e prioritario non sfiora né il sindaco né la popolazione rassegnata.

Recoaro, provincia di Vicenza. Una pattuglia di “tecnici dell’acqua” (così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle falde. La donnapensa che siano del Comune. Il lavoro dura un mese. I tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con dei sigilli. A distanza dimesi si scopre che la fabbrica di acque minerali giù in valle sta facendo uncensimento delle fonti potabili in quota, in vista della grande sete prossima ventura della Terra in riscaldamento climatico. I parenti della donna si accorgono del maltolto e sporgono denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in tempo per evitare l’usocapione del pozzo. Il sindaco tace.
Gli abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende le sue fonti in separata sede.

Castel Juval, in val Venosta. Qui potete fare le vostre verifiche da soli Vi sedete al ristorante dell’agriturismo di Reinhold Messner e chiedete dell’acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L’acqua minerale – la notissima acqua propagandata dall’alpinista sud-tirolese – e l’acqua di fonte. La fonte di Reinhold Messner. Ebbene, anche questa è a pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in bottiglia, ma anch’essa a pagamento. E la gente beve, estasiata.

Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti a pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente. Abbiamo rinunciato a considerare l’acqua come pubblico bene. La nostra sconfitta, prima che
economica, è culturale. La grande vittoria del secolo scorso fu l’acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro. Siamo ridiventati portatori d’acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le strade con carichi
inverosimili d’acqua e non riflettiamo che il valore reale della medesima è appena un centesimo del costo della bottiglia. Meno del costo della colla necessaria a fissare l’etichetta.

Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la nostre insensibilità alla rapina in atto. Abbiamo accettato di farci derubare. Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo sanno perfettamente. Il dossier di un’azienda multinazionale finlandese descrive così una regione italiana del centro: “facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale”. Soprattutto, “poche obiezioni ecologiche”.
Sembra il Congo, invece è Italia.

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(foto p.m. Val D’Ultimo)

One Response to “Acqua bene comune”

  1. [...] nazionale contro la privatizzazione Acqua Bene Comune Acqua ci vuole un patto [...]

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